Sono dislessica, quindi scrivo

Settimana scorsa ti raccontavo cosa ho imparato da 3 donne importantissime della mia famiglia, oggi ti racconto cosa ho imparato da me. O meglio cosa una condizione come la dislessia mi ha insegnato.

Da bambina ho scoperto di avere alcuni problemi legati alla scrittura. Non riuscivo a scrivere dritto. Tutte le volte che provavo a scrivere dalla mia matita uscivano dei segni più simili a dei geroglifici, solo appoggiando il foglio allo specchio era possibile capire cosa stessi realmente tentando di scrivere. Con il tempo e l’esercizio ho imparato a disegnare le lettere in modo corretto, anche se alcune ancora oggi tendo a confonderle insieme. Lo stesso mi accade con i numeri ma la mia totale avversione per la matematica fa in modo che io non mi avvicini più di tanto al settore affidandomi a professionisti o a programmi che si occupano in modo del tutto autonomo e sicuro dei calcoli. Tanto per farvi capire, anche all’università mi è stata rivolta la frase che mi sento ripetere da tempo immemore che recita più o meno “il procedimento è giusto ma non so da dove tu abbia tirato fuori questi risultati” il tutto malgrado la calcolatrice, aggiungo io, ma vabbeh, questa è un’altra storia.

Tornando al tema iniziale, dato che ho un po’ divagato, sin dalle elementari ho sempre amato scrivere. Andavo bene in italiano, mi piaceva la letteratura, amavo leggere. Da grande ho iniziato a scrivere anche per lavoro e non solo per piacere. La dislessia mi ha ovviamente obbligato a creare una sorta di check list e ad applicare alcune strategie che, per me, sono indispensabili.

  1. la scaletta: prima di scrivere qualsiasi cosa devo aver già chiaro in mente di cosa parlerò, come lo svilupperò e quali conclusioni trarre. Certo, a volte mi capita di cambiare in corso d’opera, ma difficilmente lo schema di base subisce variazioni. Spesso la scaletta non è lineare, ma utilizzo le mappe visive, soprattutto se voglio sviscerare più concetti di uno stesso argomento, ma di questo parlerò più avanti;
  2.  la prima stesura: spesso (davvero molto spesso) mi capita di utilizzare la dettatura per buttare giù in modo grezzo le idee. Di frequente lo faccio mentre cammino oppure di notte, momenti in cui non so perché la mia mente si illumina come un albero di Natale pieno di idee. In questo modo sono più veloce e riesco a ottimizzare i tempi, soprattutto se sono stanca e il mio cervello va più facilmente in tilt;
  3. la (ri)lettura: vale a dire il controllo ortografico e la formattazione del testo. Mi metto li e con calma riguardo ciò che ho scritto, cancello il superfluo e sistemo il testo. Ma, in questo caso non posso davvero fidarmi solo di me stessa, risecherei davvero di lasciare troppi refusi o concetti che nella mia testa sono chiari ma in realtà al di fuori sono confusi. Cosa fare allora? Semplice, cerco qualcuno che mi aiuti rieleggendo quello che ho scritto e correggendolo definitivamente.

La dislessia non è (quasi) mai stato un problema per me. Ho solo dovuto imparare un metodo che mi permettesse di conviverci. Certo la mia non è una forma grave, ma ho comunque dovuto elaborare un mio metodo di studio che mi ha permesso di laurearmi, formarmi e continuare a studiare.

Con il tempo ho dovuto ideare un mio metodo di lavoro, che mi permettesse di fare ciò che amo con dedizione e passione e un mio metodo di sopravvivenza. Ho imparato ad accettare che spesso leggo male, senza giudicarmi (quasi mai) o sentirmi in imbarazzo e senza arrendermi, ma impegnandomi a fare le cose con maggiore attenzione.

Ci ho messo un po’ per capire che in fondo è parte di me, che forse non farei quello che faccio e non sarei ciò che sono senza di lei. Io sono dislessica, quindi scrivo.

 

2 thoughts on “Sono dislessica, quindi scrivo

  • Io da bambina non sono riuscita ad imparare le tabelline, ho sempre avuto difficoltà a fare somme e sottrazioni a mente e non mi piaceva leggere, chissà perché, non ricordo quali fossero le cause, forse pigrizia, ma chissà. Nel tempo ho trovato il modo di superare questi limiti, ho aggirato gli ostacoli, hontrovato altre strade e ho imparato ad avere a che fare con i numeri … ma resta che non sono il mio forte.
    Però questo sfidarmi continuamente, questo impegnarmi nelle cose che non mi riuscivano e che non mi riescono temo mi abbia sottratto forza ed energia, che non mi abbia fatto capire per cosa fossi portata e che non mi abbia fatto percorrere la strada… non dico giusta ma almeno migliore.
    Non piango e non rinnego quello che sono, ormai non mi chiedo neanche più come avrei potuto essere, ora cerco soltanto di camminare e di ascoltarmi un po’ di più.
    Grazie per il tuo racconto
    Ti abbraccio
    Francesca

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